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L’arte borghese del XVIII secolo

Nel Settecento, la crescita inarrestabile del potere economico della borghesia porta a definitiva maturazione in seno a questo ceto la consapevolezza della propria identità politica e culturale.
Sulla base di una nuova concezione libertaria della vita associata, Rousseau e altri filosofi illuministi misero in discussione le istituzioni tradizionalmente detentrici del potere, ossia la Chiesa e lo Stato, contribuendo in maniera determinante agli avvenimenti della Rivoluzione Francese (1789.)

Il Rococò, stile in gran voga all’inizio del secolo nei circoli di corte e atto a esprimere visivamente i privilegi e lo stile di vita dell’aristocrazia agiata, era stato adottato senza riserve anche da quei committenti borghesi che tentavano di dare la scalata ai livelli più elevati della società.
Altri, tuttavia, lo rifiutarono. In realtà, tanto la frivola stravaganza del Rococò quanto l’eroica severità del Neoclassicismo non erano del tutto appropriata a esprimere i nuovi valori nei quali il ceto medio si riconosceva.
Nel contesto socio-culturale borghese, quella stessa reazione al fasto della corte e quello stesso bisogno di moralità che avevano ispirato la nascita dell’arte Neoclassica con il suo stile austero, trovarono espressione nella grande fortuna della produzione di genere, un filone che prese in questo periodo, le forme più varie, dai quadretti naturalistici di vita quotidiana, alle manifestazioni più virulenti di satira politica.
Con il termine di “genere” s’intendono quelle rappresentazioni di vita quotidiana – di solito nella forma di quadri di piccole dimensioni – dal tono intimo e spesso moraleggiante che tanta fortuna avevano incontrato presso la borghesia olandese del XVIII secolo.
Nell’Italia del settecento, Giuseppe Maria Crespi, e altri artisti iniziarono a rappresentare nelle loro opere i momenti più caratteristici dell’esistenza dei ceti borghesi e contadini, ad esempio, quello della caccia delle pulci che all’epoca affliggevano senza pregiudizi gli individui di ogni condizione sociale:
Pietro Longhi dipingeva scene di mercati rionali, interni domestici o mostre di animali rari, in cui la borghesia e l’aristocrazia veneziana è rappresentata senza la minima idealizzazione.
Nel Portarolo e in altri dipinti di Giacomo Ceruti (detto il Pitocchetto), infine, sono documentate le condizioni di vita del proletariato bresciano e milanese, senza però che vi si possa riscontrare alcun intento di critica sociale.

Pietro Longhi nasce a Venezia nel 1702.
Ebbe una prima formazione presso la bottega di Antonio Balestra, poi si perfeziona a Bologna come discepolo di Giuseppe Maria Crespi. La sua prima opera è la Pala di San Pellegrino condannato al supplizio nel 1732.
Nel 1734 termina di affrescare le pareti e il soffitto dello scalone di Ca’ Sagredo.
Abbandona, poi la pittura religiosa per dedicarsi alla pittura di “genere” concentrandosi sulla via quotidiana domestica e mondana veneziana del Settecento, dipingendo con grande realismo dimostrando così il suo dono di grande osservatore.
Muore a Venezia nel 1785.

Da L’arte nella storia dell’uomo di Mary Hollingsworth

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Cioccolata del mattino
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Parrucchiere
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Lezione di danza
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Lezione di geografia
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Incontro con la famiglia
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Concertino
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Svenimento
La vita di una aristocratica del settecento veneziano dipinta da Pietro Longhi
 
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Pubblicato da su 8 novembre 2015 in Mostre

 

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