Rido…

http://www.donnamoderna.com/salute/pasta-non-di-grano-duro/photo/Pasta-di-kamut-proteine-dal-grano

http://www.greenstyle.it/kamut-nella-dieta-dimagrante-ecco-i-benefici-52607.html

Rido nel leggere certe castronerie e la gente abbocca convinta di magiare pasta di KAMUT

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Di male in peggio

Come alcuni di voi sapranno, Italo ha di recente offerto uno sconto del 30% agli utenti che si recassero al Family Day, la manifestazione omofoba organizzata nel tentativo di contrastare il percorso delle Unioni Civili in Senato, non offrendo nessuna agevolazione a chi invece si radunasse per #SvegliaItalia

L’azienda si è giustificata dicendo che questa fosse una scelta puramente commerciale e non legata a questioni di natura politica e sociale salvo poi non rispondere quando gli viene fatto notare che allora anche una convenzione con skineads, torturatori, criminali, mafia sarebbe stata da loro altrettanto ben accetta.

Come Barilla insegna alle volte è meglio stare zitti (o nel nostro caso siamo fortunati ad aver capito cosa ci sia dietro questa azienda) tanto che paradossalmente, dopo l’autogoal hanno avuto un calo non previsto dei viaggiatori di circa l’8% (Sole24ore.it) che “molto probabilmente” sono dovuti alla reazione di antipatia scatenata in una moltitudine di utenti abituali.

Chi ha subito dato il via al Tam Tam ed a diffondere la notizia in modo da “boicottare” chi cerca di boicottare i diritti umani sono stati sia la Rete Lenford, Avvocatura per i Diritti LGBTI che Red di Bologna, oltre ad un iniziativa su Facebook con una pagina chiamata “BOICOTTAITALO” che in pochissime ore ha raccolto migliaia di mi piace.

Un ulteriore ringraziamento, a chi non vuole far passare inosservata la notizia, è nei confronti di tutti quegli utent che hanno condiviso (e si adopereranno in tal senso) per far capire a queste aziende che chi vuole pari diritti ed eguaglianza in italia non è una minoranza, ma la maggioranza delle persone e che soltato facendo valere il nostro peso sia socialmente, che economicamente, costringeremo a chi ci boicotta ad accettarci anche nel loro stesso interesse.

E ti fanno pure la pubblicità del bambino che non vuol più scendere…

Massimo Ottolenghi

Scrisse: “Per essere partigiani, per combattere l’indifferenza, voi giovani non avete bisogno di un simbolo, di una bandiera, di un’ideologia: avete la Costituzione“. Massimo Ottolenghi è morto a 100 anni: avvocato, magistrato, scrittore. E prima di tutto il partigiano Bubi. “Un ribelle”, amava definirsi: “Sono fiero di essere un uomo libero”. Uno dei suoi ultimi libri, una sorta di testamento ideale, si intitolava Ribellarsi è giusto (Chiarelettere). Il sottotitolo parlava, come al solito, ai giovani: “Il monito di un novantacinquenne alle nuove generazioni”. Mescolava l’orgoglio della sua battaglia di civiltà e il rimpianto per non aver fatto abbastanza per costruire un Paese migliore. “Di tanta inerzia e inettitudine – scrisse in quel libro di qualche anno fa – siamo noi i colpevoli per non aver saputo scindere fino in fondo il bene dal male, per non aver saputo epurare, per non aver saputo preparare la generazione dei vostri padri. Di tanta colpa vorrei chiedervi perdono”

Ottolenghi (Torino, 1915) partecipò alla lotta di liberazione sulle montagne piemontesi, in particolare nelle valli di Lanzo. Aderì al Partito d’Azione, insieme a Alessandro Galante Garrone, Ada Gobetti, Giorgio Agosti. Aveva conosciuto l’antifascismo in famiglia negli anni Venti. E rafforzò le sue convinzioni dopo che il padre (professore di diritto internazionale e amico di Luigi Einaudi) fu espulso dall’università di Torino dopo l’approvazione delle leggi razziali, nel 1938. Prima di “salire in montagna” entrò in contatto con Norberto Bobbio, i fratelli Galante Garrone, Duccio Galimberti. Scrissero di lui: “La Resistenza di Ottolenghi fu una resistenza civile, piuttosto che militare. Personalmente poco propenso all’uso delle armi, egli fu investito di compiti di alto livello nei contatti fra comandi militari, formazioni partigiane e istituzioni locali, sia nelle valli di Lanzo, sia fra le valli e Torino, e si adoperò efficacemente e con frequente grave rischio personale anche per proteggere combattenti, sfollati, ebrei e popolazione civile da arresti, rastrellamenti e rappresaglie. Come uomo di legge, agì inoltre per favorire, nei contrasti interni e nei tribunali partigiani, il rispetto di regole ragionevoli e, per quanto possibile, condivise”. Salvò la vita, tra l’altro, a 200 ebrei. Fu lui ad assumere per la prima volta Giorgio Bocca, al giornale Giustizia e Libertà, l’organo del Partito d’Azione. Proprio le parole del suo amico diventato grande giornalista sul suo libro gli trasmisero di nuovo orgoglio e fierezza: “Ho ricevuto il tuo libro – gli scrisse Bocca – dove ho ritrovato la purezza e forse anche l’intransigenza di Giustizia e libertà“.

Sul tempo che stiamo vivendo era apparentemente scettico: “Provo tanta amarezza per questo nostro Paese – affermò in un’intervista a Repubblica – Rivedo nelle vicende di oggi tante cose già viste. Gli uomini non hanno imparato nulla: penso all’odissea dei migranti che mi ricorda la tragedia della nave Saint Louis che nel 1939 vagò, con i suoi mille profughi ebrei, da un porto all’altro. Tornarono in Germania e molti di loro morirono nei lager”. Per questo, anche per questo, il suo continuo appello alle nuove generazioni: “Io sono un vecchio testardo – scandì una volta – Ero un resistente e sono rimasto un resistente anche alla mia età e nella vita di oggi. Perché sono un democratico in servizio permanente effettivo. Sono un vecchio che non ha più futuro e che pensa che l’unico futuro siano i giovani che io amo in modo particolare e che costituiscono la speranza e la ragione per cui ci siamo battuti e in cui noi abbiamo sperato affidando loro la Costituzione che è il grande risultato della guerra di Resistenza”.

E la Costituzione è lo strumento con il quale i giovani possono rendere migliore il Paese: “La libertà – raccomandava – è un bene che non si conquista una volta sola ma che va conquistato ogni giorno, è un bene che che va difeso e non bisogna lasciare che venga insidiato abdicando ai propri doveri e alle proprie responsabilità e delegando altri che possono far male uso della delega, come sta avvenendo in tutti i settori della vita pubblica italiana”. Disse di aver scritto quel libro, Ribellarsi è giusto, “come un urlo, come uno sfogo, come un invito ai giovani che sono gli unici che possono assumere nelle proprie mani la situazione e che non vanno compromessi con il passato e che non hanno ancora macchiato le proprie coscienze con vergognose azioni politiche o affaristiche. I giovani sono l’unica speranza e risorsa per la ricostruzione e la rinascita del Paese, rinascita che deve farsi tornando ai valori del Risorgimento e della Resistenza“.

Sana invidia

Se cent’anni autorizzano a parlare di una vita sazia di giorni, è presto invece – per il suo caso – scomodare Giobbe e le immagini di un corpo come ‘un abito roso dal tarlo’. Certo, le forze fisiche si affievoliscono, ma, detto con il Qoelet «il sole, la luce, la luna e le stelle» le forze intellettive insomma – in lui brillano sempre. Lo aiutano a ripensare gli anni lontani, ben sicuro che, come dice il Salmo, anche per lui non cessa l’Amore «che non può aver dimenticato la misericordia». E lo aiutano a descrivere la sua situazione con una lucida sintesi: «Vivo i miei giorni del tramonto assistendo al rinnovarsi dell’aurora della Chiesa. Ed è motivo di consolazione.Tantum aurora est… ». Il centenario di cui parliamo è un porporato famoso: Loris Francesco Capovilla, l’antico ‘contubernale’ di Giovanni XXIII come ama
definirsi.

Per fargli un ritratto, in questi giorni, ci si potrebbe legare a una poesia di Boris Pasternak in cui potrebbe rispecchiarsi. Una lirica che inizia con in versi: «Essere rinomati non è bello/ non è così che ci si leva in alto./ Non c’è bisogno di tenere archivi, di trepidare per i manoscritti// Scopo della creazione è il restituirsi,/non il clamore, non il gran successo…», e che finisce inneggiando all’«essere vivo, nient’altro che vivo/, vivo e nient’altro sino alla fine».

Ma, di ritratti per l’occasione, Capovilla non vuol sentir parlare. Così come lo urta un po’ la parola festeggiamenti. Altri sarebbero tutt’al più i desideri per il 14 ottobre traguardo del suo secolo: «Che bello se potessi trascorrere quel giorno con i profughi accolti a Sotto il Monte, a far capire loro l’uomo uscito da questa terra o con i carcerati, a riflettere sul Giubileo della misericordia », così confidava nei giorni scorsi. Già ieri è stato esaudito.

Nel frattempo, questo vescovo al quale il 21 maggio 2011, a Gallarate, il cardinale Carlo Maria Martini diceva «Dio le conceda lunga vita perché lei continui a parlarci di papa Giovanni, anzitutto dell’ispirata decisione di convocare a Concilio tutto il mondo…», quasi spiazzando tutti, ha finito per rammentare l’avvicinarsi del suo compleanno, accennandovi in un suo nuovo opuscolo. Poche pagine sotto il titolo ‘Cento anni’ (Bergamo, Corponove, 2015, pagine 24), sì, ma in cui ricorda e postilla un’inedita omelia roncalliana vecchia un secolo – del 15 settembre 1915 e conservata presso la Fondazione Papa Giovanni XXIII di Bergamo – nella quale individua già «l’abbandono totale nei divini voleri», poi al centro di tutta la vita di Roncalli. Era il primo anno della Grande Guerra e il futuro Giovanni XXIII prestava servizio negli ospedali bergamaschi, predicava, scriveva la biografia del ‘suo’ vescovo, Radini Tedeschi. «Il centenario di questo vostro pensiero mi invita a riflettere sul fatto che, dopo un mese esatto, sono nato io, e non occorre che ve ne parli, giacché conoscete tutto..», scrive dunque Capovilla, in una ‘Lettera’al ‘Venerato e Santo Papa Giovanni’ nello stesso libriccino. «Arrivato a cent’anni non ho avventure strepitose da raccontare, tranne l’incontro con voi, che siete stato l’ispiratore del mio servizio sacerdotale a Venezia, in Vaticano, in Abruzzo, nelle Marche e a Bergamo. Di nulla mi vanto, non mi sento creditore verso alcuno, sono in debito invece con voi, con i miei amati genitori Letizia e Rodolfo e mia sorella Lia con suo marito Carlo…», così poi continua il porporato in uno dei rari scritti in cui cita i familiari.

È l’unico passaggio autobiografico di un testo che associa i suoi cent’anni a quelli della Grande Guerra: un testo dove Capovilla ritrova la ‘cifra’ di «un pensiero e di un modo di operare». Che ha dimostrato di saper apprendere stando «non all’ombra, ma nella luce» del patriarca, a Venezia, poi del Papa, in Vaticano. Nato a Pontelongo, orfano del padre a sette anni, trasferitosi con la madre e la sorella a Mestre nel 9’29, Capovilla è stato ordinato prete nel ’40. Di lì a poco l’entrata in guerra dell’Italia che ne ferma la prosecuzione degli studi. Nel frattempo viene impegnato come coadiutore parrocchiale, catechista, insegnante, cerimoniere, cappellano. Destinato al Corpo di spedizione in Russia, ma ritenuto inadatto, è inviato all’aeroporto di Parma per l’assistenza religiosa. Qui lo coglie l’armistizio del ’43 e strappa alcuni avieri all’internamento. Ritornato a Venezia a dicembre, anche perché malato, lo fanno cappellano dell’ospedale per gli infettivi a Santa Maria delle Grazie. Poi nel dopoguerra lavora nei media: i commenti al Vangelo dalla Rai di Venezia, la direzione della ‘Voce di San Marco’, della pagina locale dell’’Avvenire d’Italia’. Roncalli , che l’aveva già incontrato nella laguna e a Parigi, lo vuol subito con sé: e al vicario Erminio Macacek che gli fa osservare «è un buon prete, bravo, non gode però di buona salute e avrà vita breve», il risponde «Beh, se non ha salute verrà con me e morirà con me». Il resto è noto: dopo il fedele decennale servizio a Roncalli, gli è sopravvissuto per più di cinquant’anni. Continuando a servirlo e ad essergli contubernale nella comunione dei santi. Raccogliendone l’eredità. Facendone conoscere gli scritti – a partire dal ‘Giornale dell’anima’ – e gli orizzonti del Concilio. E questo già nelle sue lettere pastorali quando, nel 1967, si ritrovò arcivescovo di Chieti-Vasto a 52 anni (su questo periodo esce ora con Textus Edizioni il saggio di Enrico Galavotti ‘Il pane e la pace. L’episcopato di Loris Francesco Capovilla in terra d’Abruzzo’), e, successivamente, quando, dal ’71, diventò Delegato Pontificio di Loreto, cui fece seguito dal 1989, il ritiro fecondo a Sotto il Monte. Qui due anni fa ha ricevuto la berretta cardinalizia dopo aver appreso della sua porpora seguendo sul piccolo schermo l’Angelus di papa Francesco. Capovilla lo sente vicino senza averlo mai incontrato. Lo segue in tv, se ne fa leggere gli interventi. Soprattutto, se lo ritrova accanto nella preghiera e nell’amore per i poveri.

A lui potrebbe inviare una lettera idealmente spedita a papa Giovanni anni fa: «Ce l’avete fatto capire, Santo Padre: non un sistema ci occorre, specialmente in tempi di emergenza, non un’ideologia, non un computer; ci occorre un uomo in carne ed ossa, come erano i profeti; uomo che pensa, prega ed ama; uomo non costruito sul protocollo, né sulla diplomazia; uomo che ti sorride con gli occhi; uomo i cui occhi nuotano talora nelle lagrime senza che si alterino i tratti del volto». Sì, don Loris vede in lui molto del papa Giovanni che ha amato e servito, del quale ha testimoniato per mezzo secolo. E rendendosi conto ora di aver scritto tante pagine: non di una storia di ieri, ma di una storia del futuro.

http://www.avvenire.it/Chiesa/Pagine/Capovilla-centanni-giovani-.aspx

???

Leggo questo articolo:

http://bologna.repubblica.it/cronaca/2015/10/03/news/la_curia_contro_la_scrittrice_simona_vinci_il_suo_matrimonio_e_nullo_-124239547/

Ora io sono credente praticante, ma non sono un’integralista anzi sono talmente obbiettiva che penso che ognuno debba seguire la sua strada. In fondo Dio non ci ha dato il dono del libero arbitrio o sbaglio?

Allora premesso questo: se queste due persone hanno ritenuto giusto sposarsi davanti ad un sindaco per i motivi descritti nell’articolo, che un’altra persona può anche non condividere, ma cosa gliene frega al giudice del Tribunale Ecclesiastico?

Possibile che la Chiesa non capisca che così facendo la gente si allontana da essa?

Come dice bene la scrittrice nella sua risposta finale: con l’arroganza e la prevaricazione non si va lontani.