Massimo Ottolenghi

Scrisse: “Per essere partigiani, per combattere l’indifferenza, voi giovani non avete bisogno di un simbolo, di una bandiera, di un’ideologia: avete la Costituzione“. Massimo Ottolenghi è morto a 100 anni: avvocato, magistrato, scrittore. E prima di tutto il partigiano Bubi. “Un ribelle”, amava definirsi: “Sono fiero di essere un uomo libero”. Uno dei suoi ultimi libri, una sorta di testamento ideale, si intitolava Ribellarsi è giusto (Chiarelettere). Il sottotitolo parlava, come al solito, ai giovani: “Il monito di un novantacinquenne alle nuove generazioni”. Mescolava l’orgoglio della sua battaglia di civiltà e il rimpianto per non aver fatto abbastanza per costruire un Paese migliore. “Di tanta inerzia e inettitudine – scrisse in quel libro di qualche anno fa – siamo noi i colpevoli per non aver saputo scindere fino in fondo il bene dal male, per non aver saputo epurare, per non aver saputo preparare la generazione dei vostri padri. Di tanta colpa vorrei chiedervi perdono”

Ottolenghi (Torino, 1915) partecipò alla lotta di liberazione sulle montagne piemontesi, in particolare nelle valli di Lanzo. Aderì al Partito d’Azione, insieme a Alessandro Galante Garrone, Ada Gobetti, Giorgio Agosti. Aveva conosciuto l’antifascismo in famiglia negli anni Venti. E rafforzò le sue convinzioni dopo che il padre (professore di diritto internazionale e amico di Luigi Einaudi) fu espulso dall’università di Torino dopo l’approvazione delle leggi razziali, nel 1938. Prima di “salire in montagna” entrò in contatto con Norberto Bobbio, i fratelli Galante Garrone, Duccio Galimberti. Scrissero di lui: “La Resistenza di Ottolenghi fu una resistenza civile, piuttosto che militare. Personalmente poco propenso all’uso delle armi, egli fu investito di compiti di alto livello nei contatti fra comandi militari, formazioni partigiane e istituzioni locali, sia nelle valli di Lanzo, sia fra le valli e Torino, e si adoperò efficacemente e con frequente grave rischio personale anche per proteggere combattenti, sfollati, ebrei e popolazione civile da arresti, rastrellamenti e rappresaglie. Come uomo di legge, agì inoltre per favorire, nei contrasti interni e nei tribunali partigiani, il rispetto di regole ragionevoli e, per quanto possibile, condivise”. Salvò la vita, tra l’altro, a 200 ebrei. Fu lui ad assumere per la prima volta Giorgio Bocca, al giornale Giustizia e Libertà, l’organo del Partito d’Azione. Proprio le parole del suo amico diventato grande giornalista sul suo libro gli trasmisero di nuovo orgoglio e fierezza: “Ho ricevuto il tuo libro – gli scrisse Bocca – dove ho ritrovato la purezza e forse anche l’intransigenza di Giustizia e libertà“.

Sul tempo che stiamo vivendo era apparentemente scettico: “Provo tanta amarezza per questo nostro Paese – affermò in un’intervista a Repubblica – Rivedo nelle vicende di oggi tante cose già viste. Gli uomini non hanno imparato nulla: penso all’odissea dei migranti che mi ricorda la tragedia della nave Saint Louis che nel 1939 vagò, con i suoi mille profughi ebrei, da un porto all’altro. Tornarono in Germania e molti di loro morirono nei lager”. Per questo, anche per questo, il suo continuo appello alle nuove generazioni: “Io sono un vecchio testardo – scandì una volta – Ero un resistente e sono rimasto un resistente anche alla mia età e nella vita di oggi. Perché sono un democratico in servizio permanente effettivo. Sono un vecchio che non ha più futuro e che pensa che l’unico futuro siano i giovani che io amo in modo particolare e che costituiscono la speranza e la ragione per cui ci siamo battuti e in cui noi abbiamo sperato affidando loro la Costituzione che è il grande risultato della guerra di Resistenza”.

E la Costituzione è lo strumento con il quale i giovani possono rendere migliore il Paese: “La libertà – raccomandava – è un bene che non si conquista una volta sola ma che va conquistato ogni giorno, è un bene che che va difeso e non bisogna lasciare che venga insidiato abdicando ai propri doveri e alle proprie responsabilità e delegando altri che possono far male uso della delega, come sta avvenendo in tutti i settori della vita pubblica italiana”. Disse di aver scritto quel libro, Ribellarsi è giusto, “come un urlo, come uno sfogo, come un invito ai giovani che sono gli unici che possono assumere nelle proprie mani la situazione e che non vanno compromessi con il passato e che non hanno ancora macchiato le proprie coscienze con vergognose azioni politiche o affaristiche. I giovani sono l’unica speranza e risorsa per la ricostruzione e la rinascita del Paese, rinascita che deve farsi tornando ai valori del Risorgimento e della Resistenza“.

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