Il Risorgimento al cinema

Il Risorgimento con i suoi eroi, le sue storie e i suoi luoghi, teatro di epiche battaglie, ha sempre suscitato l’interesse da parte del cinema.
La teorizzazione dell’utilizzo dei film come fonte storiografica, inteso come ampliamento del documento storico, risale alla scuola francese delle “Annales”. Da allora la storia si interessa al genere cinematografico visto come “fonte”, ma anche come “scrittura”, ovvero strumento del montaggio, come “agente storico” in grado di influenzare l’immaginario collettivo.
il cinema può comunque porre solo delle domande, e non deve necessariamente cercare delle risposte come fa, invece, la storia.
Alcuni film del cinema italiano del dopoguerra esprimono più di altri la complessità e la varietà di temi tipici del periodo risorgimentale.
In Senso (1954) Luchino Visconti narra la storia d’amore, piena di inganni e sotterfugi, di un giovane ufficiale austriaco e di una contessa veneta alla vigilia della battaglia di Custoza, rappresentata in alcune celebri sequenze che iconograficamente rievocano i quadri di Giovanni Fattori e sono apertamente ispirate alla descrizione della disfatta di Waterloo narrata nella Certosa di Parma di Stendhal.
Nel film tratto da un racconto di Boito che ripropone il gusto per il melodramma di Verdi e Bruckner, il regista riesce a mostrare la crisi di un’intera società, quella nobiliare, costretta ad agire al margine della storia, senza potervi partecipare.
Un altro film di grande spessore è Viva l’Italia (1960) di Roberto Rossellini, un affresco della spedizione dei Mille, che volutamente rifiutava l’effetto scenografico e spettacolare a cui tanta iconografia risorgimentale aveva abituato, e guardava l’evento attraverso gli occhi di un singolo cronista attento ai fatti della realtà quotidiana. Garibaldi e  le camicie rosse erano rappresentati fuori dagli schemi agiografici di un Risorgimento di maniera, privi dell’aureola eroica, senza forzature romanzesche. Un Risorgimento senza eroi di gobettiana memoria, che non aveva saputo coinvolgere adeguatamente il popolo italiano e la cui classe dirigente non era stata capace di orientare la società civile secondo il principio della libertà.
Un vero capolavoro, famoso in tutto il mondo, è il Gattopardo (1963), anch’esso di Visconti.
Nel romanzo storico e autobiografico del principe di Lampedusa, pubblicato postumo nel 1958, l’aristocrazia siciliana è osservata dall’interno.  La vicenda del principe Fabrizio di Salina, magistralmente interpretato da Burt Lancaster e nel cui stemma campeggia un gattopardo, scatenò furiose polemiche: chi lo riteneva un prodotto reazionario e chi invece lo considerava un vero capolavoro della letteratura italiana del Novecento.
Mentre  Garibaldi sbarcava in Sicilia, il principe di Salina rifletteva freddamente sulla fine di un’epoca e l’avvento dei regnanti sabaudi, sul connubio tra la nuova rampante borghesia e la declinante aristocrazia terriera.
Quest’intesa veniva consacrata, nel film, durante un maestoso ballo (la cui sequenza richiese al registra ben 36 giorni di riprese), al termine del quale il principe si allontanava meditando sul significato delle azioni umane e sulla constatazione che tutto cambiava all’apparenza ma che nulla sarebbe mai cambiato. In questo caso, il regista si manteneva fedele allo spirito originario del romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, restituendo i fasti e la decadenza di quell’epoca, nonostante spingesse alle estreme conseguenze la critica all’immobilismo e al trasformismo politico, influenzato  molto in queste divagazioni dallo “spirito del tempo”, cioè il periodo storico in cui il film fu girato. Da segnalare la ricostruzione antiretorica dei film dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani San Michele aveva un gallo (1973) e Allosanfan (1974). Accanto a film ricercati e raffinati, vale la pena di ricordare la trilogia nazional-popolare di Luigi Magni sulla Roma papalina: Nell’anno del Signore (1969) , In nome del Papa Re (1977), in nome del popolo sovrano (1990), protagonisti Nino Manfredi e Alberto Sordi. Servendosi della commedia, il regista richiamava l’attenzione sugli aspetti meno edificanti dell’autorità pontificia, tratteggiando un’amara parabola sul potere e la sua corruzione.
Gianluca Formichi-L’Italia unita-Giunti

Fermati amico

Fermati, amico:
del celato profumo della vita
ti voglio dire.
La vita non ha filosofie,
né sottili sistemi di pensiero.
La vita non ha religioni,
né adorazione in santuari profondi.
La vita non ha dèi,
né fardello di misteri paurosi.
La vita non ha dimora,
né lo strazio del decadimento estremo.
La vita non ha piacere, né sofferenza,
né la corruzione dell’amore bramoso.
La vita non ha né bene né male.
Né la punizione oscura del peccato impudente.
La vita non dà agio,
non posa nel cerchio dell’oblio.
La vita non è spirito o materia,
non è la divisione crudele
fra azione e inazione.
La vita non ha morte,
non ha il vuoto della solitudine
nell’ombra del tempio.
Libero è l’uomo
che vive nell’eterno,
poiché la vita è.
(Jiddu Krishnamurti – La mia strada è la tua strada)

Addio chemio

La ricerca sul cancro non si ferma mai. L’ultima scoperta è tutta made in Italy. Un team di scienziati italiani dell’Istituto di Candiolo, in provincia di Torino, ha scoperto un nuovo farmaco, il PLX472O, che potrebbe rivoluzionare le cure utilizzate contro il tumore.
Coordinati da Alberto Bardelli, direttore del Laboratorio di Genetica Molecolare, e Federico Bussolino, Direttore Scientifico della Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro, gli scienziati hanno sperimentato un farmaco in grado di attaccare direttamente le sole cellule tumorali, e di frenare la riproduzione di altre cellule malate. Una vera e propria innovazione nella cura del cancro, visto che attualmente i metodi chemioterapici utilizzati colpiscono tutte le cellule dell’organismo, anche sane, non solo quelle tumorali.
In particolare, lo studio pubblicato su Proceedings of National Academy (Pnas), e portato avanti dai ricercatori italiani, ha analizzato la mutazione di un gene, chiamato BRAF, responsabile della proliferazione incontrollata di alcuni tipi di cancro, esaminando inoltre i risultati di un farmaco il PLX472O, il cui uso è autorizzato negli Stati Uniti, ma non ancora in Europa. Il farmaco avrebbe la straordinaria capacità di colpire direttamente le sole cellule tumorali ed evitarne il riformarsi. Le sperimentazioni finora effettuate per la cura del melanoma hanno dato risultati soddisfacenti e la terapia a bersaglio molecolare, in futuro, potrebbe diventare la strada da percorrere nella lotta contro il cancro. Si è accertato – spiegano Alberto Bardelli e Federico Bussolino – che il Plx472O non solo agisce sulla cellula tumorale bloccandone la crescita, ma ha anche un effetto inatteso sul sistema vascolare del tumore.
Questo eccezionale farmaco è continuano i ricercatori – migliora la perfusione ematica del tumore e l’ossigenazione con due conseguenze: facilitare l’arrivo di altri farmaci al tumore, consentendo di ridurre le dosi di chemioterapici utilizzati nel trattamento, e migliorare l’ossigenazione del tessuto riducendo l’ipossia, appunto la mancanza di ossigeno, solitamente causa della maggiore aggressività della malattia e della comparsa di metastasi. Questa scoperta – sottolineano Bardelli e Bussolino – rivoluziona le prospettive delle attuali terapie antiangiogenetiche, utilizzate ampiamente nel trattamento di molti tumori solidi, dimostrando che è possibile intervenire sull’angiogenesi tumorale non solo inibendola, ma anche cambiando e migliorando le caratteristiche funzionali del sistema vascolare del tumore.
Questa scoperta – concludono Bardelli e Bussolino – è un ulteriore tappa nella lotta contro il cancro, che si sta globalizzando e allarga il fronte, avendo compreso la necessità di studiare e colpire le vie di comunicazione tra la cellula tumorale ed il microambiente che la circonda. Infatti, il destino di un tumore verso una veloce progressione, o nel permanere in uno stato di quiescenza, dipende sia dalle caratteristiche genetiche della cellula neoplastica sia dalle molecole e dei vasi sanguigni che circondano il tumore. Insomma intervenendo direttamente sulle cellule malate e bloccandone la riproduzione si riuscirebbero a stroncare velocemente i tumori. La speranza, come accade sempre a seguito di nuove scoperte in campo medico, è che i nuovi farmaci riescano ad essere utilizzati concretamente quanto prima e non rimanere solamente allo stato di ricerca.

Aggiungo io: e che le case farmaceutiche non ci mettano mano.

http://www.news-italys.com/blog/2017/02/10/addio-chemioterapia-a-curare-il-cancro-ci-pensa-il-plx4720-scoperto-dagli-italiani/

L’amica Glò mi ha indicato questo link che io aggiungo per correttezza di informazione:

http://www.butac.it/jedasupport-malainformazione/

Il bacio di Francesco Hayez

el_beso_pinacoteca_de_brera_milan_1859Quando, nel settembre del 1859, questo dipinto fu presentato per la prima volta al pubblico nell’esposizione di Brera, erano trascorsi appena tre mesi dal trionfale ingresso a Milano di Vittorio Emanuele II e dell’alleato francese Napoleone III. All’importante mostra, evento inaugurale della stagione artistica milanese al ritorno dalle villeggiature, erano presenti molte opere a carattere propagandistico o commemorativo del Risorgimento, ma la tela presentata da Hayez conquistò subito l’apprezzamento del pubblico e della critica. La scena esprime una carica erotica da giustificare il commento del letterato e critico Giuseppe Rovani, il quale esclamò, alludendo anche al fatto che l’autore aveva all’epoca già quasi settant’anni: “Costui può far figli a novant’anni”. Il modo in cui l’atto del baciare è rappresentato, appare conturbante e suscitò notevole scalpore fin dalla prima apparizione del quadro: i volti dei due amanti sono parzialmente nascosti, così che tutta l’attenzione si concentra sulle labbra, le mani del giovane uomo stringono, volgendolo a sé e teneramente accostandolo, il volto di lei, quasi a vincere con gentilezza un residuo di pudore muliebre.
Ulteriori elementi contribuiscono a rendere ancor più tormentato il travolgente gesto d’amore: l’uomo, che indossa il mantello e il cappello, appare congedarsi dall’amata, il piede appoggiato sullo scalino e l’ombra di un estraneo, sul fondo oltre la porta, accrescono il sentimento di transitorietà di questo istante di passione. Quanto descritto finora introduce l’ulteriore motivo di apprezzamento dell’opera, della quale si intese da subito la duplice lettura sentimentale e politica nonostante il titolo con cui fu presentata: Il Bacio. Episodio della giovinezza. Costumi del secolo XIV. Il significato patriottico del quadro è confermato dalla versione che ne fu inviata nel 1867 all’Esposizione universale di Parigi e nella quale appaiono più evidenti i colori che alludevano alla vittoriosa alleanza italo-francese: il rosso della calza braga e il verde del risvolto del mantello del giovane uomo, il bianco della camicia che sbuffa dall’abito azzurro della donna.
La doppia interpretazione del dipinto di Hayez ne ha costituito e consolidato nel tempo la fortuna; già nel 1862 un’immagine litografica del Bacio di Hayez appare in due dipinti a soggetto risorgimentale: Una triste novella di Giuseppe Reina e Triste presentimento di Gerolamo Induno. Nel 1872 lo scrittore Francesco dall’Ongaro definisce la tela di Hayez il Bacio del volontario e si augura che quell’atto scaturisca “una generazione robusta, sincera, che pigli la vita com’ella viene e la fecondi con l’amore del bello e del vero”.in tempi più recenti il dipinto di Hayez ispirò la nota scatola blu dei “Baci Perugina” e nel 1954 il regista Luchino Visconti lo prese a modello per la scena d’amore fra la nobildonna veneziana Livia Serpieri e l’ufficiale austriaco Franz Malher, nel film Senso. La citazione di Visconti, nell’ambito di una vicenda di ambientazione risorgimentale non certo apologetica, riconduce l’attenzione al senso di inquietudine che aleggia nel dipinto e alla mai univoca interpretazione che nel tempo ne è stata data.
Gianluca Formichi-L’Italia unita-Giunti

Ieri

Io sono contro le giornate dedicate, non ne ho mai fatto mistero, ma perchè rinunciare ad un momento di allegria?

Io e gli altri abbiamo così festeggiato. Praticamente coppie ufficiali e non, fidanzati e non, single e non, abbiamo fatto giochi, ballato, mangiato, non a lume di candela ma tutti insieme.
Una festa nel mio bar-libreria, senza sdolcinature, solo divertimento: una trentina di persone…

Ci siamo goduti un pò la vita e lasciato da parte i pensieri…
Suvvia siamo a carnevale in fondo…

 

mike_bongiorno___allegria_by_dandav87